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LA POESIA DELLA SETTIMANA COZZOLI

Vittorio Cozzoli

NEL PRIMO DEI MISTERI GLORIOSI

Nel primo dei misteri gloriosi

avrei un segreto da confidare,

ma prova tu a scrivere queste cose,

prova il rumore della luce

quando brilla dalle stelle

e piano piano discende fino al punto

in cui sorge o risorge la vita.

Certo, riferimenti a fatti concreti, dici,

come quando piantò quella vigna,

come chi leggendo il libro della vita,

perde il segno. Dove eravamo rimasti?

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LE RAGIONI DELL’ARTE SECONDO VITTORIO COZZOLI

LE RAGIONI DELL’ARTE SECONDO VITTORIO COZZOLI

Nella bandella che firma in seconda di copertina, Paolo Ruffili parla di Dunque, l’Arte che vuole? (Biblioteca dei Leoni) come di “una novità assoluta nel panorama della poesia contemporanea”. Definizione che mi convince, sì, ma solo a metà, perché a dirla com’è, non è solo quest’ultimo nato di Vittorio Cozzoli a essere una novità assoluta nel panorama della poesia contemporanea, ma l’opera intera di Vittorio Cozzoli, o perlomeno la più recente: diciamo quella che s’incontra leggendo le maggiori prove pubblicate nell’ultimo decennio da questo outsider della bassa cremonese che da più di quarant’anni, in realtà, beve e assimila visioni da linfe che risulterebbero urticanti a quasi tutti i poeti “laureati” o à la page, lavorando a una sua idea inattuale del “fare poesia”, nell’ombra della società letterata, in quieta, fidente attesa del giudizio dei tempi lunghi o ultimi, che è quello che conta per lui e dovrebbe Continua a leggere →

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NEI SENTIERI DI UMBERTO PIERSANTI

NEI SENTIERI DI UMBERTO PIERSANTI

Rose e marmellata: “dopo la marmellata con il burro/al grande parco scendi/sopra i muri,/tra i meli e le rose/passi e respiri”. Rose; e anemoni, e colchici, e papaveri, e giacinti, e primule, e, prima di tutto, favagelli. Come nell’intera storia poetica di Umberto Piersanti, anche in questo ultimo libro Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos) sfavillano i fiori, nominati con la precisione di uno sguardo individuante e amoroso, che ne fa sprigionare la loro luce assoluta. “Luminoso” è uno degli aggettivi più frequenti e significativi del libro, spesso in coppia con altri che ne esaltano la forza evocativa, come in “chiaro e luminoso”, “ridente e luminoso”. Un “luminoso” di una tonalità inconfondibile, tutta piersantiana, che spicca nel panorama di una poesia, non solo italiana, che, al contrario, predilige le tonalità scure. Ma un fiore (o un’ora, o un evento) è luminoso solo in quanto è “assoluto”, cioè, nel senso etimologico del termine, “sciolto”, separato dal tempo “baro”; un fiore (o un’ora, o un evento) “remoto”, anche qui nel senso di rimosso dall’oggi e collocato in un orizzonte mitico, nell’eden “fragile/ e assoluto”, sempre perduto (“l’eden che ci è concesso/è sempre perso”): come tutta quella nata dopo e dal romanticismo, anche la poesia del nostro è percorsa da Continua a leggere →

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I VERSI INCIVILI DI ENNIO CAVALLI

 

I VERSI INCIVILI DI ENNIO CAVALLI

 

Ennio Cavalli è un poeta che per mestiere ha svolto il giornalismo nel servizio pubblico. È partito dalle cronache per arrivare ai versi, ma conservando la presa sull’attualità. Non ispeziona il suo ombelico, ma le ulcere del nostro tempo.
“Quando l’inciviltà domina il campo, la poesia si fa incivile, sibilo di frecce concentrato”. Così spiega il titolo del suo libro di versi: ”Poesie incivili 2004-2017” (Nino Aragno Editore). Crede nel rimedio omeopatico della parola caustica che svaria tra ironia e invettiva.
Scrive che l’immaginazione è al potere perché il potere “schiva le leggi e ne calza di nuove come guanti di gomma per non lasciare impronte”.
La sua poesia incivile gli aumenta le difese immunitarie verso le contraffazioni, per resistere meglio alle intemperie Continua a leggere →

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LA POESIA DELLA SETTIMANA

Valentino Zeichen

MI RIPETO …

La chiave gira nella toppa
simile a un apriscatole e
scoperchia la latta.
È l’amica che apre
e mi sorprende a letto
con un’altra donna.
Guarda e sì ritrae
come in presenza
d’un cibo avariato.
Piange e richiude
la porta metallica.
Mi ripeto…
il mio Cuore è sempre stato
come la porta girevole
d’un albergo a ore
dove si poteva entrare
e pernottare a piacere
ri-uscire in incognito
e senza rimpianti.
Ora
vorresti istallare
una porta nel vuoto
e mettere una serratura
di marca all’aria?

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LA POESIA DI PASQUALE DI PALMO

LA POESIA DI PASQUALE DI PALMO

A dieci anni di distanza dal precedente Marine e altri sortilegi, Pasquale Di Palmo pubblica una nuova, compiuta raccolta con un titolo che difficilmente potrebbe dirne meglio il tema e la scansione, la compresenza delle figure rappresentate e l’inevitabile rilievo di una centralità: “Trittico del distacco” (Passigli, prefazione di Giancarlo Pontiggia, postfazione di Maurizio Casagrande,). Centrale è il luogo doloroso dove il padre del poeta vive il declino della sua vita, la perdita della memoria, del corpo e dello spirito: una via crucis che lo sguardo del figlio segue attraverso le sue stazioni con occhio lucido e pietoso, con tenerezza e malinconia. Ed è una malinconia che si lega a un senso acuto del tempo e a un ordine delle cose che prevede “sommersi e salvati”, e la scrittura di Di Palmo si sofferma essenziale su chi non ha più voce, o ne conserva una parvenza ormai inabile, così come conserviamo un corpo che gli anni corrompono. Essenziale, e si vorrebbe dire antiletteraria (da parte di un raffinatissimo cultore delle avanguardie letterarie del Novecento, soprattutto francesi, come Pasquale Di Palmo), se questo termine non Continua a leggere →

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PER VALENTINO ZEICHEN

RICORDANDO VALENTINO ZEICHEN

“Le poesie più belle (Fazi Editore)

Grande merito di Elido Fazi, per ricordare uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, Valentino Zeichen, è la pubblicazione del volume “Le poesie più belle”, a un anno dalla scomparsa dell’autore. Una significativa scelta della produzione più che quarantennale del più originale e geniale scrittore di versi del secondo Novecento, un’antologia che spazia attraverso la vasta serie di temi e modi, lirici e antilirici, coinvolti e distaccati, della testa e del cuore.
Definito da Alberto Moravia «un Marziale contemporaneo», da Elio Pagliarani «un Gozzano dopo la Scuola di Francoforte», da Giulio Ferroni «un libertino minimale settecentesco» e da Valerio Magrelli “un poeta dandy e paradossale,” Valentino Zeichen è stato un rarissimo caso in cui l’uomo era in perfetta coerenza con il poeta. Nella sua baracca dietro piazza del Popolo in assoluta e spartana semplicità, Valentino è vissuto nello «sdegnoso rifiuto di un qualsivoglia lavoro e con violenti attacchi alla civiltà dei consumi,” come ha scritto Magrelli.
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