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NEI SENTIERI DI UMBERTO PIERSANTI

NEI SENTIERI DI UMBERTO PIERSANTI

Rose e marmellata: “dopo la marmellata con il burro/al grande parco scendi/sopra i muri,/tra i meli e le rose/passi e respiri”. Rose; e anemoni, e colchici, e papaveri, e giacinti, e primule, e, prima di tutto, favagelli. Come nell’intera storia poetica di Umberto Piersanti, anche in questo ultimo libro Nel folto dei sentieri (Marcos y Marcos) sfavillano i fiori, nominati con la precisione di uno sguardo individuante e amoroso, che ne fa sprigionare la loro luce assoluta. “Luminoso” è uno degli aggettivi più frequenti e significativi del libro, spesso in coppia con altri che ne esaltano la forza evocativa, come in “chiaro e luminoso”, “ridente e luminoso”. Un “luminoso” di una tonalità inconfondibile, tutta piersantiana, che spicca nel panorama di una poesia, non solo italiana, che, al contrario, predilige le tonalità scure. Ma un fiore (o un’ora, o un evento) è luminoso solo in quanto è “assoluto”, cioè, nel senso etimologico del termine, “sciolto”, separato dal tempo “baro”; un fiore (o un’ora, o un evento) “remoto”, anche qui nel senso di rimosso dall’oggi e collocato in un orizzonte mitico, nell’eden “fragile/ e assoluto”, sempre perduto (“l’eden che ci è concesso/è sempre perso”): come tutta quella nata dopo e dal romanticismo, anche la poesia del nostro è percorsa da un’insanabile scissione metafisica. Solo che Piersanti non rinuncia a dispiegare e nominare l’incontenibile efflorescenza della natura (la natura naturans), di cui egli si sente carnalmente partecipe e di cui è commosso testimone e interprete. Nel “tempo della povertà”, egli non è povero.

Rose e marmellata. Con i fiori, la marmellata, il formaggio, le salsicce, la mortadella, le castagne, la pasta rossa, i fichi, la polenta. Il che significa che per avere un’esperienza vera e totale del mondo non è sufficiente vedere, bisogna anche gustare (“niente è più bello che succhiare i fichi”). Esperienza duplicemente nutriente. Infatti la vista è l’organo della distanza, il senso più intellettuale; distanza dal giorno “colmo” dell’infanzia (“infanzia tu sei/ eterna epifania”), reso di nuovo presente e vivo dal lavoro della memoria (“la memoria/nutre la tua giornata” scrive il poeta. Diversamente dalla vista, il gusto è il senso della più stretta prossimità, dell’ esperienza fisica, corporale, decisiva per un poeta come Piersanti, che in una delle sue più nette dichiarazioni scrive: “sempre ho scelto la terra/e non il cielo”, rifiutando decisamente ogni prospettiva ultraterrena. Ora la bellezza, che la vista colloca nell’orizzonte assoluto e remoto della memoria, e dunque in una dimensione unicamente mentale, penetra nel sangue e nella vene, potenzia la vita, procura un godimento sensuale che ricorda – malgrado Piersanti non sia certo poeta da mezzogiorno estivo – il d’Annunzio alcionico. “Sangue”, potente simbolo della vita, è una delle parole chiave del nostro (“nel sangue ho questo giorno”). Riassumendo, in Nel folto dei sentieri troviamo da una parte il sentimento di una distanza e di una perdita, e dall’altra una tenace volontà battagliera tesa a recuperare, seppur per “frammenti”, per momenti privilegiati, la totalità perduta, lo spazio-tempo sacro. È la lotta della memoria e dunque, leopardianamente, della poesia, ma è anche quella dell’organismo biologico, del corpo nella sua pienezza vitale, per stabilire, con uno “sprofondamento” nel corpo vivente della natura naturata, una comunione con i luoghi in cui sono piantate le radici del poeta e che egli sente minacciati da una modernità dissacrante. Luoghi persi, ma le cui radici egli porta nel sangue, e che perciò non può non cantare, come per una vocazione più potente di ogni possibile resistenza: “tra inverno e primavera/sono nato, sempre mi porto dentro/l’erbe e i fiori/che la neve sempre/tronca e spezza,/e poi tenaci/tornano fuori/tra le crepe gelate/dalla terra”. Il tempo e lo spazio formano dunque in Piersanti uno spazio-tempo indissolubile. Lo spazio senza il tempo scadrebbe nel cronachismo della poesia dell’area lombarda con la sua lingua prosastica, a cui la poesia del nostro è quanto mai estranea; il tempo senza lo spazio significherebbe abbandono all’elegia, al piangersi addosso del pur amatissimo Pascoli. Ma Piersanti è un lottatore “tenace” (una delle parole più insistite del libro); è un camminatore che continua strenuamente a inoltrarsi nel folto dei sentieri, per uno dei viaggi più ricchi e affascinanti che oggi sia dato di percorre. E che sia dato di leggere. Perché il percorso nello spazio è anche percorso nella memoria-poesia. Nel folto dei sentieri è un libro-percorso. Il poeta lo affronta con la sua voce pacata e meditativa, col suo canto calmo e virile, trepidante ma senza fremiti, con una lingua quotidiana ma florida, lirica.

 

Sauro Damiani

 

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