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ELIS ISLAND DI SILVIO RAMAT

ELIS ISLAND DI SILVIO RAMAT

Ancora una volta Silvio Ramat è riuscito a sorprenderci con un libro di poesia. Dopo Il Canzoniere dell’amico espatriato (2009 e 2012 in seconda edizione accresciuta), dove si revoca in dubbio addirittura la paternità dei testi attribuiti a un amico lontano, dopo il poemetto eponimo in La dirimpettaia e altri affanni (2013), dove il poeta si fa narratore di una vicenda drammatica osservata dalla finestra per 20 capitoli di 16 versi ciascuno, ora in Elis Island la metrica diventa duttile strumento epistolare in un fitto carteggio con l’amica Elisabetta.Graziosi, italianista dell’Università di Bologna. L’Elis del titolo è appunto abbreviazione del nome della corrispondente, ma naturalmente Elis Island non può non ricordare per identità di pronuncia l’isoletta davanti alla baia di New York, Ellis Island, un tempo primo approdo degli emigranti negli Stati Uniti e oggi celebre per la Statua della Libertà, giusto il sottotitolo Poesie da un esilio. Silvio Ramat infatti immagina di scrivere da un luogo misterioso, ignoto perfino a lui, al tempo stesso prigione e sanatorio, anche se resta sconosciuta la malattia da cui deve guarire prima di poter tornare al consorzio civile. Come si vede, con questa immersione del testo in un’aura vaga e indefinita le premesse per spiazzare il lettore ci sono tutte. Alle 64 lettere in versi di Ramat la Graziosi risponde in prosa, sia pure una prosa tutt’altro che referenziale, bensì pronta a vibrare sensibilmente sull’onda della proposta. L’incipit di ogni lettera contiene la parola amica, come si conviene del resto a un’intestazione, ma in posizione continuamente variata, e questa ripetizione potrebbe rimandarci al poemetto La dirimpettaia, in cui ogni capitolo si concludeva invariabilmente con la parola mondo. Il poeta si serve dell’«endecasillabo pedestre» (la definizione è sua, LXII) già messo a punto in precedenti raccolte, soprattutto in quelle basate su ricordi familiari, come Mia madre un secolo (2002, nuova edizione accresciuta 2015) e Banchi di prova (2011). Dal punto di vista tecnico, questo endecasillabo che si avvicina alla prosa si avvale non raramente dell’accento di quinta, raro se non ribattuto immediatamente in sesta posizione, oppure non riequilibra l’accento di settima e ottava con il canonico accento di quarta, ma non si pensi a un risultato disarmonico. Al contrario le accensioni liriche e ritmiche risaltano maggiormente per contrasto, tanto più quando si avvalgano dello scatto della rima, in particolare se si dispone con forza, con un procedimento altre volte messo a frutto da Silvio Ramat, in explicit. Il carteggio scorre agile nel suo tono medio pur essendo denso di riferimenti, dotti e meno dotti, espliciti e impliciti, suggeriti o dichiarati apertamente,  letterari ma anche cinematografici e geografici o alla musica popolare di canzoni e cantautori. Per esempio quasi all’inizio troviamo: «Oggi il sole ha deciso di nascondersi. / In assenza di lui, alle tentazioni / di due cuori ho creduto. Era un romanzo / di Stendhal, la sua copertina azzurra / (Einaudi anni ’40) prometteva / una luce che poi non mi è venuta / in soccorso» (IV). Se la memoria visiva di un’edizione vista tanti anni fa non ci inganna, dovrebbe essere La certosa di Parma nella traduzione di Camillo Sbarbaro, stampata da Einaudi nel 1944. A Sbarbaro ci rimanda anche più direttamente, pur senza nominarlo, «Mi basta che tu sappia che in Liguria, / quanto più mi dicevo: “Scarsa lingua / di terra che orla il mare”, tanto più / lo scarsa m’invogliava a dedicarle/ ancora un giorno» (LI), dove l’incipit di Liguria è sapientemente distribuito in due versi. Particolarmente ricco il fiume dei ricordi, come c’era da aspettarsi da due interlocutori non più giovani, nei quali si fa strada la consapevolezza di essere dei sopravvissuti e dell’insorgere dei difetti tipici dell’età: «”Sconcerto”, amica: non trovo un vocabolo / più adatto a definire l’impressione / che, di recente, provavo nel prendere / dallo scaffale dei “contemporanei” / nel mio studio, questo o quel libro, spesso / abbellito da dedica d’autore, / e constatare che di loro pochi / (quasi nessuno) abitano più tra i vivi. / “Sconcerto”, per quei miei “contemporanei”, / nemmeno tanto più vecchi di me / ma – quasi tutti – spirati, spariti» (XXI); «Riconosco i miei torti, amica […]. / Accusane l’età che – ce ne siamo / accorti per i nostri genitori – / di dì in dì restringe gli orizzonti / sinché non resta che io: ci addolora / chiamarlo egoismo, eppure…» (LIX). Tra i ricordi non si possono tacere le interrogazioni inflitte e subite in tanti anni passati a scuola da una parte e dall’altra della cattedra, che in entrambi i corrispondenti rasentano l’ossessione e l’incubo: «Quanti, amica, ne abbiamo esaminati / – nel fior dei loro anni – su questioni / forse capitali solo per noi: / la musica di un verso, la grandezza / di una data a spartire il prima e il poi. / Del resto, era già stato il nostro turno, / tante volte, lungo la giovinezza: / subire, presi fra tema e patema» (XXVI). Talvolta il risorgere del passato provoca un cortocircuito con il presente che si risolve in magnifica elegia di stampo leopardiano: «sappi che nel ballo – malgrado avessi / un buon orecchio, dicevano – mai / vinsi nelle movenze una goffaggine /ch’era anche timidezza […]. / Feste così ormai non se ne dànno / ma, sotto un’altra pelle, la mia vita / è goffa come allora e ha quell’affanno» (XIX). Resta da dire che, proprio là dove Silvio Ramat parla del suo «endecasillabo pedestre», ne prende nettamente le distanze: «Appeso al chiodo una volta per tutte / – corona che ha perduto ogni profumo – / questo mio endecasillabo pedestre, / mi dovrò sforzare di essere “un altro”» (LXII). La liberazione imminente dalla reclusione involontaria porta dunque propositi di cambiamento e di rinnovamento. Lo aspettiamo al prossimo capitolo della sua avventura in versi.

 

Davide Puccini

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